Menu

Un Raffello per Piacenza: origine e fortuna della Madonna Sistina

San Sisto Piacenza

La mostra Un Raffaello per Piacenza: origine e fortuna della Madonna Sistina celebra i cinquecento anni del dipinto di Raffaello, realizzato per la chiesa di San Sisto a Piacenza. Commissionata tra il 1512 e il 1513 da papa Giulio II della Rovere, la Madonna Sistina rimase a Piacenza fino al 1754, quando fu venduta ad Augusto III, Elettore di Sassonia e re di Polonia. Da più di tre secoli, se non per brevi permanenze a Mosca e Berlino (dal 1945 al 1956), il dipinto risiede a Dresda, e si trova oggi nella Gemäldegalerie Alte Maister della città sull’Elba. La mostra piacentina, inaugurata il 23 marzo scorso e aperta fino al 9 giugno, è stata un’impresa di difficile realizzazione, perché i musei di Dresda non hanno intenzione ora, e forse mai, di separarsi dall’opera senza dubbio più importante della loro collezione, neanche per un periodo di tempo limitato, quale quello di una mostra temporanea.

Mancando quindi la protagonista, la curatrice della mostra, Antonella Gigli, coadiuvata dai membri del comitato scientifico, ha preferito ricordare il cinquecentenario dell’importante commissione con una mostra didatticodocumentaria che mettesse finalmente in luce al grande pubblico l’importanza e la bellezza del monastero di San Sisto e la storia della Madonna Sistina. Il tutto è stato realizzato in mostra con panelli e immagini. Nel percorso espositivo sono però esposte le lettere originali della trattativa della vendita della Madonna Sistina, appartenenti all’Archivio Gulieri. La mostra, come accennato poco sopra, è stata curata dalla dottoressa Antonella Gigli, direttrice dei Musei Civici di Palazzo Farnese e dirigente del Settore Cultura del Comune di Piacenza.

Del comitato scientifico hanno fatto parte l’architetto Marcello Spigaroli, il critico d’arte Eugenio Gazzola, il responsabile del Fondo Antico della Biblioteca Passerini Landi di Piacenza, Massimo Baucia, e la funzionaria dell’Istituto Beni Culturali della Diocesi di Piacenza e Bobbio, Susanna Pighi. L’esposizione si colloca in continuità con quella realizzata due anni fa a Palazzo Farnese sui corali benedettini di San Sisto. Anche in quell’occasione si era dato molto risalto al monastero, luogo privilegiato e crocevia di cultura tra medioevo e rinascimento. Il percorso di mostra è articolato in nove sezioni: Storia del monastero di San Sisto; Raffaello e Giulio II; La Madonna Sistina; Il dipinto a Piacenza e la vendita; Fortuna e peripezie della Madonna Sistina; La copia in San Sisto; La lunetta originale; Ipotesi sulla cornice originale; L’immagine tra marketing e pubblicità.

San Sisto Piacenza
San Sisto Piacenza

La prima sala della mostra racconta la storia del monastero di San Sisto, ponendo particolare risalto al momento di ricostruzione del complesso, terminato nel 1511, pochi anni prima che la Madonna Sistina fosse collocata sull’altare maggiore della chiesa benedettina. Le ricostruzioni in 3D del monastero, realizzate dall’architetto Marcello Spigaroli e dal suo staff, permettono di visualizzare come si presentava l’intera struttura all’inizio del Cinquecento, con i suoi chiostri, alcuni di questi oggi inglobati nell’attigua caserma Nicolai (Cfr. Panorama Musei dicembre 2009 e agosto 2011). Tra la prima e la seconda sezione un video realizzato dal Cineclub Cattivelli di Piacenza ripercorre le due tappe fondamentali della Madonna Sistina: Piacenza e Dresda. Il girato infatti inizia con le immagini della chiesa di San Sisto, per terminare alla Gemäldegalerie, dove l’incessante via vai di visitatori aiuta il pubblico a comprendere quanto il dipinto sia diventato il pezzo più importante della collezione tedesca.

Arrivati nella sala più grande dello Spazio Mostre al centro campeggia una frase che secondo la curatrice cattura l’anima di questa mostra: un passaggio tratto da una lettera che il filosofo tedesco Heidegger scrisse a una allieva nel 1955 in merito all’importanza per i dipinti antichi di essere collocati nel luogo originario, e in un passo citò proprio il dipinto di Raffaello, “La Sistina dovrebbe stare in una particolare chiesa di Piacenza, non in senso storico antiquario, ma secondo la sua essenza di immagine, in conformità a questa essa sempre esigerà di stare in quel luogo”. In questa sala si sviluppano i seguenti temi: Raffello, il committente Giulio II, la Madonna Sistina, la trattativa di vendita, la fortuna e le peripezie del quadro durante la Seconda Guerra Mondiale, quando fu portato in Russia, esposto al Museo Puškin di Mosca e poi restituito alla Germania, ma con una breve tappa a Berlino per un’ esposizione temporanea nel 1956. Nel medesimo ambiente è presentato parte del carteggio originale riguardante le trattative di vendita tra i benedettini di San Sisto e i segretari di Augusto III.

Nel suggestivo ambiente della torre sud-ovest della cittadella è ospitato uno schermo touch-screen che permette il confronto virtuale tra la Madonna Sistina e la copia del dipinto che si trova in San Sisto. Le moderne tecnologie impreziosiscono la capacità didattica e comunicativa di questa mostra, perché consentono di avere un riscontro diretto delle differenze tra le due opere, che altrimenti non si sarebbero potute confrontare. La realizzazione della delicata strumentazione è di Marco Stucchi. Nei successivi ambienti si analizza la copia del dipinto di Raffaello che ora è inserita nella cornice barocca di Giovanni Setti, realizzata tra il 1697 e il 1698, e che è stata restaurata in occasione della mostra da Davide Parazzi. Questo intervento ha portato alla luce interessanti novità; si è infatti trovato un monogramma sul piviale di San Sisto: “GMF” o forse “f” minuscola.

San Sisto Piacenza
San Sisto Piacenza

Questo elemento ha permesso di escludere la precedente attribuzione del dipinto a Pier Antonio Avanzini e oggi la ricerca del possibile autore della copia è aperta a nuove ipotesi. La lunetta, sovrastante la copia, è stata anch’essa oggetto di restauro e di indagini approfondite. Il supporto in tela della lunetta ha lo stesso ordito e le stesse misure di quello della Madonna Sistina di Raffaello;

inoltre le fotografie a infrarossi hanno permesso di poter vedere il disegno preparatorio sottostante la pellicola pittorica, e il modo di disegnare è lo stesso che si insegnava nella bottega di Raffaello. Questi elementi hanno fatto supporre che la lunetta sia stata realizzata nella bottega di Raffaello e che sia arrivata a Piacenza insieme alla Madonna Sistina.

. Infine è stato ipotizzato l’apparato originario della Madonna Sistina, la cornice cinquecentesca e la lunetta soprastante, su modello della Pala Colonna di Raffaello, oggi al Metropolitan Museum di New York. Conclude la mostra un’immancabile rassegna di immagini di pubblicità e di oggetti di uso comune nei quali compaiono gli angioletti della Sistina, che hanno contribuito a consacrare il dipinto a imperitura fortuna.

San Sisto Piacenza

Nel 1926 la bottega del ferro di Ferruccio Tansini (1877-1957) realizzò in ferro battuto, la “Croce bizantina” originariamente posta nel catino dell’abside ed ora all’inizio della navata di destra (per chi entra in chiesa). Questo artigiano ha progettato e realizzato le balaustre (3) e 3 inginocchiatoi in ferro battuto, come pure la cancellata che sovrasta la scalinata che porta alla cripta. La detta scuola ha realizzato una serie di lampadari che per tanti anni hanno adornato le arcate (due di essi ora sono istallati nelle sacrestie) come pure due grandi candelieri per l’altare maggiore e due portalampade del Santissimo.

Nell’ottobre del 2006 avviene il restauro della cupola della cappella della Medaglia Miracolosa. Restauratrice la sig.ra Lucia Bravi; ha diretto i lavori l’architetto Carlo Beltrami sotto la tutela della Soprintendenza di Parma. Quattro scene bibliche: il sacrificio di Isacco, Mosè salvato dalle acque, Mosè davanti al roveto ardente, Mosè che presenta il capretto per il sacrificio pasquale. I dipinti sono attribuiti a Giovanni Evangelista Draghi (1657-1712). Probabilmente la Cappella fu dedicata alla Madonna della Medaglia miracolosa alla fine del XIX secolo che la salvò dall’eliminazione come avvenne per le altre cappelle.

Testo: Dott.sa Francesca Fabbri